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Le prime tracce di civiltà nel comune di Isera risalgono a un'epoca molto remota, infatti, la località "Corsi di Isera" situata tra l'omonimo abitato e quello di Ravazzone di Mori, è circondata da numerose colline di origine vulcanica che a più riprese sono state interessate da ritrovamenti archeologici. L'archeologo Paolo Rossi e in seguito nel 1970 l'inglese Bearfield,Panoramica di Isera - foto di Florio Badocchi grazie ai loro ritrovamenti, collocarono questa stazione in epoca Neolitica. Data la conformazione geografica del territorio, si può inoltre dedurre che il terreno fosse paludoso e inabitabile causa le frequenti inondazioni del fiume Adige, che in quell'epoca doveva avere una portata molto maggiore; si può stabilire quindi, che le piccole comunità insediativi si dedicassero alla pesca e al commercio con le altre comunità stanziate lungo la valle, ciò è testimoniato da ritrovamenti quali selci lavorate tramite scheggiatura che hanno forma di punte di lancia, seghetti ed arpioni.

Vi è poi un importante complesso risalente all'epoca augustea ossia la villa romana, unica in tutta la val d'Adige. Essa è articolata un due quartieri ben distinti e complementari: la pars urbana, con sale di rappresentanza, ambienti di soggiorno e aree balneari decorate da notevoli affreschi e mosaici, e la pars rustica, composta dai locali e dalle strutture necessari al funzionamento produttivo. Mosaici, affreschi murali e ceramiche hanno consentito agli storici non solo di datare la struttura ma anche di dividerla in tre distinte fasi cronologiche, la prima risalente al I secolo d.C.; la seconda in età tardo antica e la terza fase risalente al XVI.

Su una collina, presso la piccola frazione di Cornalè sorgeva poi Castel Pradaglia complesso di origine romana costruito sicuramente sopra i resti di un antico castelliere d'epoca preistorica e il cui nome deriva probabilmente da prataglia che significa località ricoperta di prati infatti i terreni adiacenti dovevano essere in tempi remoti un estensione verde. Esso si trovava in una posizione molto favorevole per gli usi per cui era stato costruito, cioè come mezzo di difesa e di controllo; inoltre l'essere dirimpetto al castello di Lizzana formava una barriera non facilmente superabile. Di questo castello non si hanno dati precisi riguardanti la prima costruzione infatti i primi documenti che ne parlano risalgono al XII secolo. Si sa inoltre che il castello fu posseduto da feudatari fino a detto secolo ma poi fu venduto al Princevescovo di Trento il quale lo affidò a un certo Crescendone de Pradaja.

La valle dell'Adige dopo un periodo di tranquillità e pacifica convivenza è stata interessata nel 1703 dall'invasione francese in seguito a una guerra nata per il trono di Spagna che in quell'epoca era molto vasto e comprendeva oltre alla Spagna anche la Sardegna, Napoli, la Sicilia, il Milanese e i Paesi Bassi. I Francesi durante la loro avanzata contro i tedeschi; secondo quanto scritto nell'opuscolo: "Isera, memorie e versi" Il generale francese impose al massaro di Isera, uno dei signori Ravagni, la consegna di un enorme quantità di denaro entro poche ore pena la completa distruzione del paese. Il Ravagni allora chiamò a raccolta il paese ed espose le intimidazioni del Vendôme e di comune accordo con la popolazione venne deciso di fuggire attraverso i boschi circostanti nel tentativo di salvarsi ma consapevoli del fatto che al loro ritorno non avrebbero trovato altro che un cumulo di macerie. Isera fu naturalmente ricostruita e pare che il vecchio centro storico abbia mantenuto da allora la stessa volumetria.

... Dopo questo grande avvenimento la vita ritornò a scorrere serena e i cittadini ripresero a dedicarsi alle attività manuali per lo più all'agricoltura fino allo scoppio della prima Guerra Mondiale. Dopo il 20 maggio 1915 i soldati austriaci rastrellarono la zona e arrestarono le persone politicamente sospette che furono rinchiuse nel campo di concentramento di Katzenau. Ma nessuno poté prevedere ciò che successe dopo, la sera del 26 maggio la popolazione di Isera e dei comuni limitrofi venne avvisata della possibilità di un eventuale evacuazione e tra il comune sbigottimento arrivò poi l'ordine del comando militare. Molti però pensavano che l'esilio sarebbe durato una quindicina di giorni non di più ma invece non fu così. I profughi s'avviarono affranti verso la stazione di Rovereto chiedendo se avrebbero rivisto il loro paese, i loro campi e la loro vita. Da Rovereto si passa poi da Insbruck e poi verso il confine della Boemia. I primi nuclei di profughi vengono fatti scendere a Colin e poi a Clumetz successivamente a Politz e avanti così fino all'ultima stazione, Braunau. Inizialmente vennero accolti come veri e propri zingari ma comunque come ricorda Luigi Gentilini le autorità e i privati si mobilitarono per portare aiuto ai più bisognosi con offerte di cibarie ed altro. Diversa fu però l'accoglienza nel distretto di Braunau dove prevaleva la diffidenza e molti furono sistemati in baracche sporche con solo un po' di paglia a far loro da giaciglio. I profughi dispersi qua e la per la Boemia e per la Moravia iniziarono il loro lungo e doloroso esilio. A Braunau il parroco Don. Silvestri si interessa subito dei concittadini e riesce a farsi assegnare una piccola chiesetta (quella si S.Venceslao) e riesce ad ottenere un'aula dove provvisoriamente Mario Bertolini insegnerà agli italiani. Così la vita fu alquanto regolata grazie all'intervento del parroco e altrettanto importante furono le trattative grazie alle quali le sigheraie trovarono lavoro presso una fabbrica manifatturiera trovando quindi occupazione e guadagno. Certo le difficoltà continuavano, spesso mancavano i generi di prima necessità come pane e carne ma altro ostacolo era la lingua, il medico non capiva il malato e il malato non capiva il medico; ci si doveva far intendere a gesti. Ma nonostante ciò i profughi lavorando e adeguandosi riuscirono a riprendere un ritmo di vita quasi normale.

Ben diversa fu la situazione di chi invece era rimasto entro il comune di Isera come il dott. Valerio Rigotti che per la sua professione fu costretto a rimanere e che ha così potuto fornirci informazioni dettagliate sulla situazione che si faceva sempre più disastrosa; le razioni che i tedeschi passavano ai residenti erano davvero esigue e ogni sostanza che sembrava commestibile veniva cotta e mangiata, come ortiche e trifogli. Dopo il ritiro della Russia nel 1917 l'Austria concentrò tutto il suo potere bellico sul fronte italiano avendo inizialmente la meglio. L'esercito italiano però con la forza della disperazione si arrestò sul Piave e respinse gli austriaci costringendoli a una confusa ritirata verso Nord. Durante la notte del 3 novembre le truppe italiane occuparono Rovereto e quando un drappello arrivò a Patone i pochi cittadini presenti si lanciarono verso di loro con grida di gioia ed entusiasmo. Tutto passa e così finì anche la guerra ma il pese si ritrovò inginocchio, le strade esano ricoperte di detriti e le poche case erano cadenti , il campanile era privo delle campane che erano servite per i cannoni e l'archivio parrocchiale era stato distrutto. Solo le 80.000 corone nascoste dal dottor Rigotti si salvarono. Ciò cancellò la gioia del ritorno dei profughi che si trovarono davanti uno scenario devastato dalla guerra e dalla miseria ma ben presto si rimisero tutti al lavoro ricostruendo e riportando alla vita il comune di Isera.

 Testo elaborato da studenti del Comune di Isera

Tags: Cultura Storia

Ultimo aggiornamento :
Giovedì 19 Febbraio 2015 18:56